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giovedì 20 novembre 2008

A Silvio


Silvio, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando i capelli eran tuoi
sulla capoccia liscia e tonda,
e tu, lieto e pensoso il limitare
di Palazzo Chigi salivi?

Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo perpetuo riso,
allor che all'opre decretizia intento
sedevi, assai contento
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d'in su gli schermi del paterno Tg
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che innalzava le faticose corna.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci a te di nuovo, e quindi il monte.
LINGUA MORTAL NON DICE
QUEL CH'IO SENTIVA IN SENO.


Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvio mio!
Quale allor mi apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un delitto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura
perchè non rendi poi
quel che prometti allor? Perché fai tanto
scemi i figli tuoi?


Tu pria che l'erbe inaridisse il verno
avei già portato l'Italia all'inferno,
ridevi, o tenerello. E non vedevi
l'ora di ridere di più;
non ti molceva il core
la dolce lode alle defunte chiome
or degli sguardi incazzati e non schivi;
ne teco i Compagni ai dì festivi dell'Unità
ragionavan di onestà.


Anche perìa fra poco
la speranza mia: di non vederti proprio
mai più a guida di uno Stato
rubato e depredato. Ahi come,
come ancora qui sei,
caro Silviuccio, compagno della loggia,
mio lacrimato sdegno!
Questa è l'Italia? Questi
i debiti, le leggi ad personam, i lodi,
che merita ogni italiano?
Questa la sorte delle umane genti?
All'apparir del vero
io, misero, mi adirai: e tu con la mano
la fredda morte ed una Italia ignuda
strizzandoti pensavi.

... per fortuna che Silvio c'è!

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