Caro diario,
ieri sono partito per andare a Monaco, in Baviera. Un viaggio lungo in pullman per andare ad una delle feste popolari più grandi e frequentate al mondo: l’Oktoberfest.
Così, sin dal pomeriggio di ieri, sono stato a brindare con perfetti sconosciuti accompagnato da un gruppo di cari amici. Tutto molto bello, tutto estremamente gradevole seppur con qualche eccesso a cui nessuno fa più caso dopo aver bevuto il primo boccale della chiara bevanda amarognola.
Ti chiederai: perché diavolo mi scrive se è andato tutto bene? Perché mi racconta di questa esperienza così cara e soprattutto: come mai?
Ed io ti rispondo con semplicità. Sono andato alla “Festa di ottobre” ed è vero, ma il motivo che mi ha spinto più di tutti ad andare è stato la visita prevista al campo di concentramento di Dachau, proprio vicino a Monaco.
In effetti ci sono andato. Come descrivere la sensazione orribile che ho provato trovandomi di fronte a quel cancello in ferro massiccio su cui si legge: “Arbeit macht frei”? Non si può, caro diario, descrivere qualcosa di simile. Ero atterrito, sconcertato, annientato… e tutto questo ancora prima di entrare.
Pensavo che il peggio fosse passato ma mi sbagliavo. Non avevo ancora visto nulla. Nemmeno con un grande intuito avrei potuto immaginare cosa mi aspettava all’interno. Sapevo a cosa andavo incontro e in realtà non lo sapevo affatto. Sai quando aspetti che accadrà qualcosa di orribile e invece ciò che accade è anche peggio? Ecco. Proprio quello che è capitato a me.
Ho voluto essere da solo mentre giravo per il campo, mentre entravo nei suoi edifici, mentre percorrevo il viale ciottolato nel freddo pungente della mattina.
E mi sono sorpreso a singhiozzare convulsamente sovrastato da quel silenzio da impazzire. Troppa sofferenza si sente nell’aria in quei luoghi. Ti sembra addirittura di percepire le voci di tutte quelle persone che di lì sono passate e che lì hanno lasciato qualcosa: la vita, la dignità, la libertà; e chissà cos’altro ancora.
In un’atmosfera funerea ti chiedi il motivo di tanta violenza, di tanto odio, di tutta quella gratuita cattiveria. Più ci pensi meno risposte sensate trovi. Ed io che credo in Dio mi sono trovato di fronte a un bivio: quel posto esiste davvero e allora non esiste Lui, oppure Lui esiste e quel posto è una pura invenzione della mia mente?
È un dubbio orribile, simile al lancinante dubbio amletico. L’esatto contrario del cogito ergo sum cartesiano. Lì, in quel fazzoletto di terra protetto da reti elettrificate e muri di cinta poi nemmeno troppo alti, pensare porta all’esatto contrario: la cancellazione dell’umanità dell’uomo per mano dell’uomo stesso. Una sorta di suicidio della coscienza per mezzo del genocidio.
In quei posti Dio non ci è mai stato. Non posso credere che sia stato altrimenti. Di quei posti Dio non ha mai avuto notizia e quelle persone sono morte dimenticate da Lui.
E il silenzio di oggi, a Dachau, mi ha sconvolto più di ogni rumore assordante, molto più di ogni immagine in televisione che pure è capace di violare qualsiasi intimità senza chiederne il permesso. Io che pensavo di essere in grado di vedere tutto e di non scompormi davanti a nulla, abituato come sono a guardare i mille volti della morte che mi propone lo scatolotto animato, io dicevo, mi sono arreso di fronte alla realtà più cruda con cui mi sia mai confrontato.
Entrare nel “Krematorium” è sconvolgente. È in quel momento che realizzi quale sia stata la portata effettiva di quella tristissima pagina della storia moderna. È in quel preciso istante che prendi coscienza di cosa significhi esattamente la parola “sterminio.”
Quell’edificio piccolo a vedersi, e in effetti lo è, nasconde in se la parte più oltraggiosa di Dachau. Una serie di quattro stanze, l’una adiacente all’altra e tutte comunicanti tra loro, adibite rispettivamente a camera per la disinfezione, camera a gas, deposito dei cadaveri e forni crematori.
In quell’esatto istante, e solo allora, ti rendi conto che quello che vedi è un vero e proprio metodo. Un insieme di azioni, costruzioni, strumenti e persone che hanno un unico e agghiacciante scopo: cancellare ogni traccia dei prigionieri che per anni hanno vissuto, lavorato, sono stati seviziati, adoperati come cavie per esperimenti nel Konzentrationslager della Baviera.
C’è una stanza nel vecchio edificio ancora rimasto in piedi ed oggi adibito a museo, una stanza che raccoglie tutte le testimonianze scolpite nel marmo, nel metallo e in altre materie. Tra tutte, una mi ha lasciato senza fiato e ancora adesso, al solo pensiero, avverto il malessere crescere dentro di me. Si tratta di una targa di marmo che riporta le parole di una vedova italiana a cui il marito era stato strappato via con la violenza, per essere ucciso tra immani supplizi proprio in quell’inferno trapiantato sulla terra. La lapide riporta la seguente frase: “In ricordo di XXXXX XXXXXXXX, invano la sua sposa ne ha atteso per 27 anni il ritorno.”
Da Dachau torno turbato, con l’anima segnata dalla sofferenza. Una sofferenza così autentica che è come vi fossi stato anch’io deportato.