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giovedì 22 ottobre 2009

Miracoli all'italiana



Da qualche giorno rimbalza su tutti i media la notizia che è stato costituito un gruppo su Facebook, il grande social network dove si incontrano milioni di persone nel mondo, che inneggia all'uccisione del nostro premier Silvio Berlusconi. Addirittura, qualche tempo fa, si è visto in giro per il web un sito che promuoveva la beatificazione del Presidente del Consiglio dei Ministri (www.berlusconibeato.com). Il sito in questione è risultato essere un semplice esperimento mediatico fondato su una provocazione.
Ciò che però preoccupa è che prima di essere morto, prima ancora di essere beato, Silvio Berlusconi riesca a fare già i primi miracoli.
E dove meglio avrebbe potuto dare sfogo alle sue capacità paranormali se non in quel di L'Aquila? Vi starete chiedendo se parlo del miracolo della moltiplicazione delle case e degli alloggi annunciato con il discorso della pianura... La risposta è: si, ma non nei termini che immaginate. Penserete che sto per elogiare Silvio per tutte le case che è riuscito a costruire fino ad oggi (peraltro non mantenendo la promessa fatta di mettere tutti gli sfollati in casa entro settembre scorso). Au contraire. Il mio vuole essere un attacco aperto alla sua politica delle bugie e della autopromozione mediatica.
Invece di dare le case promesse a tutti, Silvio si è inventato un simpatico stratagemma per cui le case classificate come categoria E e dunque a fortissimo rischio, sono diventate con una mirabolante operazione, di categoria A cioè completamente agibili.
Questa è la dura realtà con cui si stanno scontrando, anche mentre scrivo questo pezzo, moltissimi cittadini del cratere del sisma del 6 aprile scorso che pensavano, dopo mesi di vita in tenda o in albergo sulla costa abruzzese, di potersi vedere assegnato un tetto sicuro. La promessa resta un miraggio. Le case da cui sono stati tenuti lontani per mesi poiché pericolanti sono tornate all'improvviso e senza interventi di alcuna natura, perfettamente agibili.
Delle due una: o chi li ha tenuti fuori dalle proprie abitazioni ha commesso un errore madornale di valutazione all'indomani del terremoto (e allora dovrebbe pagare patendo le stesse sofferenze di chi ha dovuto vivere in tenda per 6 mesi di fila), o l'errore si sta facendo ora ed anche più grosso di quello della prima ipotesi, permettendo che le persone di L'Aquila e provincia tornino a vivere in case tutt'altro che sicure in un momento in cui lo sciame sismico è tutt'altro che finito.
Ma se fossi nei panni delle persone proprietarie delle case miracolate da Santo Silvio da Arcore, non mi preoccuperei affatto. Se il Santo taumaturgo dice che le case sono sicure certamente è perché ci penserà lui a tenerle in piedi e a far cessare le scosse.
Con buona pace di Santo Emidio...

lunedì 28 settembre 2009

Theresienwiese

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Campi sterminati corrono via lentamente
interrotti, di tanto in tanto,
da gruppi di querce secolari.
La pianura si stende all’infinito
e spaventa coi suoi verdi
e i suoi gialli che fanno trasalire
di improvvisi cambiamenti.
Molte volte si è in viaggio,
spesso ci si perde,
a volte si ritrova la strada
ma sempre si resta stupiti
di fronte a un fiore che nasce.
Qui le genti si mescolano tutte:
bianche carni, come nere
insieme a mille altre sfumature
si mescolano.
E frusciano le ragazze
accarezzate dal vento
che scompone le loro gonne.
Occhi indaffarati fanno capolino
su centinaia di facce indifferenti:
qui si mescolano le genti,
tra musiche incessanti
e brindisi infiniti.
Qui si mescolano le genti
tra abbracci stranieri
e discorsi incompresi
e poi tanti sorrisi.

sabato 26 settembre 2009

Chi ha ucciso Caino?




Caro diario,
ieri sono partito per andare a Monaco, in Baviera. Un viaggio lungo in pullman per andare ad una delle feste popolari più grandi e frequentate al mondo: l’Oktoberfest.
Così, sin dal pomeriggio di ieri, sono stato a brindare con perfetti sconosciuti accompagnato da un gruppo di cari amici. Tutto molto bello, tutto estremamente gradevole seppur con qualche eccesso a cui nessuno fa più caso dopo aver bevuto il primo boccale della chiara bevanda amarognola.
Ti chiederai: perché diavolo mi scrive se è andato tutto bene? Perché mi racconta di questa esperienza così cara e soprattutto: come mai?
Ed io ti rispondo con semplicità. Sono andato alla “Festa di ottobre” ed è vero, ma il motivo che mi ha spinto più di tutti ad andare è stato la visita prevista al campo di concentramento di Dachau, proprio vicino a Monaco.
In effetti ci sono andato. Come descrivere la sensazione orribile che ho provato trovandomi di fronte a quel cancello in ferro massiccio su cui si legge: “Arbeit macht frei”? Non si può, caro diario, descrivere qualcosa di simile. Ero atterrito, sconcertato, annientato… e tutto questo ancora prima di entrare.
Pensavo che il peggio fosse passato ma mi sbagliavo. Non avevo ancora visto nulla. Nemmeno con un grande intuito avrei potuto immaginare cosa mi aspettava all’interno. Sapevo a cosa andavo incontro e in realtà non lo sapevo affatto. Sai quando aspetti che accadrà qualcosa di orribile e invece ciò che accade è anche peggio? Ecco. Proprio quello che è capitato a me.
Ho voluto essere da solo mentre giravo per il campo, mentre entravo nei suoi edifici, mentre percorrevo il viale ciottolato nel freddo pungente della mattina.
E mi sono sorpreso a singhiozzare convulsamente sovrastato da quel silenzio da impazzire. Troppa sofferenza si sente nell’aria in quei luoghi. Ti sembra addirittura di percepire le voci di tutte quelle persone che di lì sono passate e che lì hanno lasciato qualcosa: la vita, la dignità, la libertà; e chissà cos’altro ancora.
In un’atmosfera funerea ti chiedi il motivo di tanta violenza, di tanto odio, di tutta quella gratuita cattiveria. Più ci pensi meno risposte sensate trovi. Ed io che credo in Dio mi sono trovato di fronte a un bivio: quel posto esiste davvero e allora non esiste Lui, oppure Lui esiste e quel posto è una pura invenzione della mia mente?
È un dubbio orribile, simile al lancinante dubbio amletico. L’esatto contrario del cogito ergo sum cartesiano. Lì, in quel fazzoletto di terra protetto da reti elettrificate e muri di cinta poi nemmeno troppo alti, pensare porta all’esatto contrario: la cancellazione dell’umanità dell’uomo per mano dell’uomo stesso. Una sorta di suicidio della coscienza per mezzo del genocidio.
In quei posti Dio non ci è mai stato. Non posso credere che sia stato altrimenti. Di quei posti Dio non ha mai avuto notizia e quelle persone sono morte dimenticate da Lui.
E il silenzio di oggi, a Dachau, mi ha sconvolto più di ogni rumore assordante, molto più di ogni immagine in televisione che pure è capace di violare qualsiasi intimità senza chiederne il permesso. Io che pensavo di essere in grado di vedere tutto e di non scompormi davanti a nulla, abituato come sono a guardare i mille volti della morte che mi propone lo scatolotto animato, io dicevo, mi sono arreso di fronte alla realtà più cruda con cui mi sia mai confrontato.
Entrare nel “Krematorium” è sconvolgente. È in quel momento che realizzi quale sia stata la portata effettiva di quella tristissima pagina della storia moderna. È in quel preciso istante che prendi coscienza di cosa significhi esattamente la parola “sterminio.”
Quell’edificio piccolo a vedersi, e in effetti lo è, nasconde in se la parte più oltraggiosa di Dachau. Una serie di quattro stanze, l’una adiacente all’altra e tutte comunicanti tra loro, adibite rispettivamente a camera per la disinfezione, camera a gas, deposito dei cadaveri e forni crematori.

In quell’esatto istante, e solo allora, ti rendi conto che quello che vedi è un vero e proprio metodo. Un insieme di azioni, costruzioni, strumenti e persone che hanno un unico e agghiacciante scopo: cancellare ogni traccia dei prigionieri che per anni hanno vissuto, lavorato, sono stati seviziati, adoperati come cavie per esperimenti nel Konzentrationslager della Baviera.
C’è una stanza nel vecchio edificio ancora rimasto in piedi ed oggi adibito a museo, una stanza che raccoglie tutte le testimonianze scolpite nel marmo, nel metallo e in altre materie. Tra tutte, una mi ha lasciato senza fiato e ancora adesso, al solo pensiero, avverto il malessere crescere dentro di me. Si tratta di una targa di marmo che riporta le parole di una vedova italiana a cui il marito era stato strappato via con la violenza, per essere ucciso tra immani supplizi proprio in quell’inferno trapiantato sulla terra. La lapide riporta la seguente frase: “In ricordo di XXXXX XXXXXXXX, invano la sua sposa ne ha atteso per 27 anni il ritorno.”
Da Dachau torno turbato, con l’anima segnata dalla sofferenza. Una sofferenza così autentica che è come vi fossi stato anch’io deportato.

lunedì 31 agosto 2009

Il colore delle rose


E si ferma il tempo.
Solamente un momento,
il momento che guardo
un'anima leggera
passare accanto a me.
Non c'è odio, non c'è pianto;
se non son contento
è perché io lo sento
questo pentimento
che non va più via.
Potrei dirlo al cielo
e allora glielo dico
ma mi scotto col sapore,
il candore di un sorriso
che assomiglia al sole.
Raccontarlo ad una rosa
una rosa colorata,
unica speranza
in questo mondo grigio
che mi pesa addosso.


giovedì 16 luglio 2009

sabato 4 luglio 2009

La ballata dei bimbi di guerra



Vorrei essere con la mia mamma,
vorrei guardare i suoi occhi di fiamma
nell'oceano dell'incertezza
avere accanto quella triste fierezza.
Ma mia madre me l'hanno strappata,
una bomba l'ha dilaniata;
le hanno fatto quest'ultimo oltraggio
senza il tempo di darmi un abbraccio.

A sette anni lo avrei voluto,
avrei voluto una spiegazione;
a sette anni mi sento perduto
di solitudine e disperazione.

Sono solo e non ho che una maglia
per coprirmi nel freddo che taglia;
sto con tanti dentro uno stanza
e sogno una casa, beata speranza.
Vorrei stare col mio bel papà
e tenergli la mano, si sa,
adesso che ne sento il bisogno
e svegliarmi da questo sogno.
Ma mio padre da martire è morto;
il Paradiso gli hanno offerto
e non poteva, ahimé, rifiutare
per non vedere suo figlio sgozzare.

A sette anni lo avrei voluto,
avrei voluto una spiegazione;
a sette anni mi sento perduto
di solitudine e disperazione.

Le età della fine



Erano i giorni del poco coraggio,
la neve, la pioggia e il verde foraggio,
guardarsi dritti negli occhi senza capire
perché dalla paura non si potesse guarire.
Dentro nel vuoto del suono rombante
c'eri già tu e io non capivo niente,
sotto alla polvere dei muri stesi per terra:
era solo uno scoppio ma sembrava la guerra.
Stretti nella notte a trattenere il respiro,
vorrei darti la vita ma ti prenderei in giro,
in un valzer che non sai ballare
ferma i sensi e lasciati andare.

Mentre la morte ti striscia addosso,
mentre la terra ricopre il tuo fosso,
penserai ancora alla luce del sole
dalla tua bocca non udranno parole.
Avrai, stella, chi con il suo pianto
dirà di te come in un canto:
racconterà ancora di ogni tuo amore,
di un momento vissuto, del più grande rancore.

Riusciranno a scordarti
ci riusciranno, lo sai.

giovedì 21 maggio 2009

L'Italia e le parole dimenticate






Democrazia: forma 
di governo in cui il potere è retto dal popolo.







Libertà: facoltà dell’uomo di agire 
e di pensare in piena autonomia.









Onestà: caratteristica di ciò che è improntato all’adesione di principi morali,
universalmente riconosciuti come validi, di rettitudine, probità e lealtà.







Uguaglianza: principio etico e politico secondo il quale tutti gli uomini 
hanno pari dignità umana e sociale e gli stessi diritti.







Giustizia: valore, principio etico che consiste nel riconoscere 
e rispettare i diritti di ogni singolo individuo, 
valutando correttamente i meriti e le colpe di ognuno.

sabato 2 maggio 2009

Muore la ragione. Resta, sola, la speranza


L'Aquila, 6 aprile 2009 ore 3.32 a.m.: la terra si scuote, lo fa con una violenza inaudita quasi a volersi scrollare di dosso quel lieve torpore in cui era caduta dal 1703; quasi a voler ricordare a tutti: "Sono qui, mi avete sottovalutata, dimenticata, maltrattata ed io sono rimasta in silenzio per illudervi di una immortalità sciocca." E si è mossa. Si è sollevata. Ha lasciato cadere case, scuole, ospedali e vite. Incurante e maligna terra di montagna! Un boato pauroso ha squarciato l'oscurità, un grido di terrore ha aperto la strada alla catastrofe. La gente, quella che fa la storia, è stata vittima della storia. Ha spalancato gli occhi nella notte non capendo bene cosa stesse per accadere o forse comprendendolo fin troppo. Qualcuno ha pensato: 
"E' la fine, la mia fine!" ed è stato così. Secondi di interminabile tremore, di muri e soffitti che si muovevano come serpenti velenosi sotto la spinta del sisma. Gli edifici non hanno retto; non potevano. O magari si? 
Molti sono morti sepolti da quella stessa casa, amara casa che si doveva prendere cura di chi l'aveva costruita con tanti sacrifici, tra mille problemi, dopo molte rinunce. Qualcuno è morto insieme a tutta la sua famiglia fotografato in un istante terrificante mentre cercava di strappare alla morte almeno i suoi figli, ponendosi a scudo fra le macerie che precipitavano e il loro bene più prezioso. Tra le grida dei bimbi che imploravano protezione e quelle delle madri che non sono riuscite ad essergli vicine, s'è consumata l'immane tragedia. 
Tragedia fatta di gente che correva nella pece della notte, cercando di mettersi in salvo mentre insieme alle case crollavano i sogni, mentre insieme ai sogni crollava il futuro.
Triste destino quello della gente di montagna. Per generazioni combatti con una terra che non ti ha dato mai niente perchè non può, cercando di addolcirla, di renderla meno ostile. Pensi di esserci riuscito e Lei, la Terra, ti si ritorce contro a volerti dire che non ha proprio bisogno delle tue attenzioni, della tua premura. E come sceglie di ribellarsi a te? Nel modo più osceno che ci sia: ti colpisce nel sonno e non ti da scampo. Ti strappa ogni bene, ti disintegra, ti toglie la dignità, ti segna profondamente e poi torna silente. Ha avuto l'ultima parola e fiera come una tigre che ha ancora il boccone nelle fauci che grondano sangue, si ritira nella sua tana lasciando che i suoi occhi scintillino nel buio del tempo.
Triste destino quello della gente di montagna. Gente che non sa cosa vuol dire arrendersi. Gente che anche davanti alla grandezza di problemi insuperabili riesce a tenere alta la testa. Io li ho visti. Ho guardato quegli occhi. Ci ho letto sofferenza, paura, angoscia. Ma anche fierezza, dignità e forza infinite. Questo è il popolo della montagna, la gente semplice e sincera che soffre in silenzio per non disturbare, per non mostrare debolezza. Questo è il mio popolo e questa è la mia terra. 
Forza L'Aquila, forza tutti i paesi che sono stati devastati dal terremoto. Tornate splendidi nella vostra semplicità ed austerità.


mercoledì 25 marzo 2009

Viaggio nella musica. 1^ tappa: China


(Pipa)
Cominciamo oggi un percorso per immagini che ci porterà alla scoperta di strumenti musicali delle tradizioni popolari di tutto il mondo suonati da virtuosi.
La prima tappa del nostro viaggio sarà la Cina. Qui di seguito trovate un video di Liu Fang, grandissima interprete di fama mondiale di strumenti cinesi quali Pipa e Guzheng. Il video si riferisce in particolare a una straordinaria performance di Liu Fang con il Pipa.  Si possono ammirare la tipicità dello strumento e la pregevole perizia della professionista nel rendere suoni puri e nel costruire atmosfere dal sapore dimenticato. 
Il Pipa è un antichissimo strumento a corda dalla cassa piriforme che risale a oltre 2000 anni or sono e che è rimasto inalterato in quanto a tecnica costruttiva. Durante la dinastia Tang (618 - 907) divenne assai popolare. Tuttavia il Pipa della dinastia Tang era più largo dell'attuale e veniva suonato con un plettro di legno (un po' come avviene per lo Shamisen giapponese, che avremo occasione di vedere tra qualche tempo). 
La tecnica del Pipa permette grandi virtuosismi. I tremolii, i pizzicati e le altre sonorità si combinano tra loro per raccontare scene di vario genere. Il repertorio del Pipa si divide nel genere cosiddetto "letterario" ed in quello "militare".

La leggiadria con la quale Liu Fang riesce a toccare le corde è impressionante e fuori dal comune. Uno strumento che come potete ascoltare somiglia nelle sonorità ad un mandolino, anche se ha una timbrica del tutto peculiare che lo distingue nettamente da qualsiasi altro strumento a corda o da qualsiasi altra tipologia di liuto.
Nella tappa successiva ascolteremo la stessa Liu Fang suonare un'altro strumento particolarissimo che in cinese viene chiamato Guzheng. Per scoprire di cosa si tratta non vi resta che seguirci la prossima settimana.

mercoledì 18 febbraio 2009

Ti chiamano puttana


Il sapore di quelle sere
quando ti struggi in pianti infiniti
schiacciata dal peso di un amore
quello che non troverai mai;
il sapore di quelle sere
passate da sola accanto a un fuoco
a guardare quegli idioti passare
tu che vorresti un abbraccio.
E ti senti così incompresa,
mentre sospiri tra le lacrime,
non c'è nessuno al mondo
capace di guardarti dentro.
Il sapore di quelle sere
quelle così lunghe senza sapore
con un libro tra le mani
che leggi e non ti prende
perché è lontana la tua mente.
Il sapore di quelle sere
quando ti abbandoni alle fredde carezze della notte
che ti scivola sulla pelle
e non ti importa di niente.
Ti chiamano puttana
e ogni volta sbiadisci di più
perché sei sola su quella strada,
perché ti vedi vuota,
tu che guarisci i vuoti altrui.
Ti chiamano puttana
e ti bramano con ardore
quei piccoli, insignificanti nulla
a te che per poco li fai sentire tutto,
a te che ti concedi triste.
Loro esultano sopra il tuo corpo
ma tu non ci sei...
E ti chiamano puttana.

Una leggenda dice: "Il fumo uccide"

A voi la campagna pubblicitaria antifumo realizzata con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri.





E se lo Stato smettesse di vendere le sigarette? TAC!!!

lunedì 9 febbraio 2009

Addio Eluana, effimera farfalla senza ali.


E così anche la vita di Eluana è arrivata al punto di non ritorno. Penserete senz'altro che a un punto di non ritorno in realtà ci fosse da moltissimi anni. Forse è come dite voi. O forse no.
Si può giustificare in tanti modi il gesto e le battaglie di una famiglia che non ce la faceva più a vedere il fantasma di una figlia, una bella ragazza, disteso in un letto d'ospedale; ogni giorno, per 17 lunghissimi anni, gli occhi dei genitori di Eluana hanno guardato il suo volto immobile e senza espressione cercando la forza per comprendere l'orrore in cui era costretta a vivere quella effimera farfalla senza ali. I primi giorni immediatamente successivi all'incidente, giorni terribili di angoscia, sono passati con la speranza che la giovane potesse tornare ad incrociare lo sguardo dei genitori con i suoi begl'occhi luccicosi. Vana speranza.
A quel tempo se ne è sostituito un'altro fatto di una consapevolezza sempre crescente che probabilmente Eluana non si sarebbe svegliata più. Non l'avrebbero più vista sorridere.
E allora anche i dubbi hanno assalito la famiglia Englaro: Eluana non risponde agli stimoli esterni, è in coma vegetativo. Cosa poteva escludere che in tutto questo lei non patisse atroci sofferenze? Non lo sapevano ed erano costretti a vivere con questa profonda tristezza che avvelenava le loro giornate. Ogni volta che vedevano quel viso innocente si sarebbero chiesti cosa era più giusto fare.
Intanto il tempo passava, lentamente. E in loro si faceva sempre più forte il desiderio di porre fine a quel martirio. Fino a che, ormai assuefatti al dolore, hanno iniziato il loro personale calvario con la giustizia, una giustizia che tra le sue maglie non contempla la dolce morte.
Ma quando tutto sembrava compromesso l'hanno spuntata; ce l'hanno fatta: hanno ottenuto la sentenza che gli ha consentito di sospendere terapie e nutrimento assistito di Eluana. Sono bastati pochi giorni e la mora dal sorriso raggiante, perché così ci hanno abituato a vederla in fotografia, si è abbandonata alla morte.
Fine di atroci e ingiustificate sofferenze o ardire spaventoso della volontà umana che prevale su una morale che vede chi compie un gesto del genere come un comune assassino di provincia?
E' difficile, tanto, troppo difficile rispondere a una domanda di tal cotta. E' una di quelle domande che, per il mistero che cela, sembra sovrastare l'umana conoscenza. Ed è sempre così quando la giustificazione per atti come quelli eutanasici deve essere cercata nell'etica. L'etica è per definizione un sentimento intimo e individualissimo che si vuole estendere per analogia all'universalità dei soggetti che diciamo umani. In effetti però niente come l'etica è così soggettivo ed opinabile. Ciò che sembra giusto a me può essere aberrante per un altro. Tant'è!
Non mi sento di giudicare. Non ne sono in grado. Ciò che posso dire è che si è trattato di una scelta che qualcuno condividerà ma che altri osteggeranno fortissimamente; e sarà così fino a che l'uomo si dovrà misurare con sfide di questa grandezza che cozzano violentemente con la sua natura finita.

Ciao Eluana

mercoledì 21 gennaio 2009

La vita scoperta

La guardò dentro negli occhi acquosi
scrutandole l'anima come si fa col mare
e si accorse che una lacrima ancora
si fermava, pensosa, a immalinconirla.
-"Che cosa ti turba?"- le disse lui.
-"Sento una ferita" rispose lei
"Una ferita che non si ch
iuderà più."-
-"Non capisco, scusa ma non riesco"-
E l'abbracciò forte fino a toccarle il cuore.
La lacrima precipitò con ansia,
sfiorando le spalle dell'amato,
andò a scontrarsi col suolo
e il suo sguardo
rimase nudo.
Sentì un brivido percorrerla
e tremò di una strana paura.
Era tra le sue braccia eppure
mai come allora si sentì sola.
Le labbra di lui si posarono ora
sulla sua fronte purpurea
di febbre.
Un singhiozzo profondo dal petto
la scosse profondamente.
La strinse di nuovo; più forte:
avrebbe vo
luto scaldarla,
avrebbe voluto salvarla.
-"Sento una ferita" disse lei
"Una ferita che n
on si chiuderà più."-